“Ho bisogno di un'arma...”
Disse Joe dopo aver richiuso la porta dell'armeria dietro le sue spalle. Era magro, troppo forse e l'espressione sul suo viso era tutt'altro che determinata. I suoi genitori erano da poco stati presi dal morbo mentre lui fuggì in tempo prima che il male si aggrappasse alla sua anima.
Ritrovatosi solo, privato di una casa e di qualsiasi altra cosa, dovette rimboccarsi le maniche per sopravvivere.
L'agente Fitzgerald lo squadrò da capo a piedi con espressione divertita, poi fece schioccare il labbro e prese un revolver da sotto un bancone:
“Questa è una Colt Walker cal.44, potente e discretamente precisa. Abbatte un bufalo se preso alla testa...”
Joe fece per prenderla ma l'agente Fitz ritirò la mano:
“Siete pazzo per caso?! Non intendevo di certo darvi questo gioiello!”
Ridacchiando rimise a posto l'arma e frugò nell'armadietto vicino alla scrivania. Dopo qualche istante esclamò:
“Eccola qua! State attento, potrebbe essere carica.”
Appoggiò il ferro sul tavolo e porse la mano sinistra per ricevere il denaro:
“Sono 80 dollari signor...?”
“80?! Ma io non posso permettermela!”
“Se volete abbiamo dei fucili in miniatura, ma dubito che possano uccidere uno di quei mostri...ahahah!”
Joe era mortificato e non aveva intenzione di entrare in quell'inferno senza un'arma che potesse proteggerlo; ritentò:
“Cos'altro potete offrirmi?”
Fitzgerald smise di ridere ma non si levò il ghigno divertito dalla faccia:
“Coltelli, coltelli da lancio, abbiamo anche dei machete.”
“Datemi un machete.”
L'agente si girò e aprì un cassettone di legno antico, poi estrasse l'arma richiesta e la adagiò sulla scrivania:
“Per questo sono 30 dollari, ma visto che mi state simpatico ve ne chiederò solamente 35.”
Ridacchiò; Joe prese dalla tasca il denaro e lo gettò sul tavolo, poi prese il machete ed uscì senza dire una parola.
Fitzgerald gli fece da eco:
“Sono certo che vi rivedrò! Ammesso e non concesso che non finiate in Paradiso, ahahah!”
Il povero Joseph si fece portare con una carrozza all'ingresso dei cancelli a ovest; due guardie si occuparono di farlo passare in estrema sicurezza per poi richiudere immediatamente il grande portone arrugginito.
Lui diede un'occhiata rapida alla taglia:
“Due lingue di Viscido e un occhio di Scrutatore. Devo trovarli.”
La zona occidentale comprendeva le paludi, luogo maleodorante e umido, ma soprattutto poco riparato; qualche casolare sparso, rimesse per attrezzi e percorsi di legno marcescente tagliavano i laghetti di acqua stagnante invasi dalle zanzare.
Una coppia di rospi balzarono sul sentiero fangoso, si fermarono ad osservare Joseph, poi ripresero a saltellare. Joe parlò fra sé e sé:
“C'è odore di morte qui.”
Avanzò lentamente, tenendo il machete saldo fra le mani e guardandosi intorno:
“Potrei cercare in una di quelle baracche; se non sbaglio ci viveva Sam Chaplin.”
Vide due ruderi con gli scuri pendenti verso terra, edere e travi spezzate.
Camminò con fare guardingo fino alla porta d'entrata, poi si fermò: qualcosa all'interno si stava muovendo: anzi, qualcosa stava strisciando.
Appoggiò l'orecchio alla porta e ascoltò con attenzione: un suono orribile, come se qualcuno stesse trascinando un cadavere unto di olio di balena.
D'un tratto uno sparo in lontananza fece sobbalzare Joseph che cadde all'indietro sulla schiena; non era l'unico cacciatore.
La cosa all'interno della casa smise di strisciare: Joe stette immobile con la roncola fra le mani tremanti.
All'improvviso la porta si spalancò: un uomo stava trasportando una carcassa umanoide sanguinante, tenendola per le caviglie.
Questi guardò Joseph dall'alto in basso e non parve importargli della sua presenza; lui si rialzò e domandò:
“Come vi chiamate?”
L'uomo, che l'aveva già superato, si fermò, si caricò la carcasse sulle spalle e si voltò:
“Marcus. Sono di Fishville, un villaggio a tre ore di carrozza da qui.”
“Io sono Joseph, vivevo in un ranch dall'altra parte del lago. I miei genitori sono morti di Evilonia.”
“Spero per voi che lo siano sul serio. Ora devo andare, ho una taglia da riscuotere...”
Joseph aveva capito di che incarico si trattava: riportare un cadavere di Barcollante; non sapeva però il valore effettivo della ricompensa.
“Devo uccidere uno Scrutatore e un Viscido, avete qualche dritta da darmi?”
Marcus continuò a camminare accelerando il passo, ma rispose lo stesso:
“Ve l'ho detto, io sono di Fishville. Non conosco nulla di questi posti.”
La tentazione di rincorrerlo e trafiggerlo era tanta, anche perché gli sarebbe poi bastato trascinare il cadavere di Barcollante fuori dal recinto. Il problema però era proprio questo: Marcus era alto e con un fisico ben piazzato, Joseph pesava forse 70 kg e i suoi 48 anni si facevano sentire.
Uccidere Marcus sarebbe stato utile solo se avesse avuto un'arma con sé ed era pure probabile che fosse così, ma il gioco non valeva la candela e decise di soprassedere.
Diede una rapida occhiata dentro la baracca e vide un pezzo di carta per terra; lo prese in mano e strabuzzò gli occhi:
“Chi porterà il cadavere integro di un Barcollante riceverà una ricompensa pari a 500 dollari.”
Joe venne invaso da pensieri maligni, strano per una persona fragile come lo era lui. Pensò:
“Potrei correre da lui, dire che ha dimenticato il documento di certificazione e poi ucciderlo, magari in prossimità del cancello.”
Altri spari provenienti dalla direzione in cui si era incamminato l'uomo. Erano decisamente vicini.
Joseph uscì dall'abitazione e iniziò a correre tenendo il machete lungo il fianco. Superò il colle e si bloccò, un po' per il terrore, un po' per lo sconcerto: il corpo esanime di Marcus giaceva disteso nel fango.
La testa decapitata era poco più in là e il sangue defluiva dal collo malamente reciso. La cosa peggiore? Il Barcollante si era dileguato.
Joe tornò indietro verso le baracche senza voltarsi sperando di non incontrare nessun nemico da abbattere: non sapeva nemmeno se avrebbe avuto abbastanza forza da conficcare una lama nel corpo di un mostro.
Gli spari proseguirono e la paura invase la mente di Joseph facendogli perdere lucidità.
Si inciampò due o tre volte, poi arrivò alle baracche e si barricò dentro una di queste, sprangando la porta d'entrata e posizionando due armadi marcescenti davanti alle finestre.
L'illuminazione si fece scarsa: un raggio di sole penetrava dalle fessure createsi fra i guardaroba e i lucernari.
Le assi scricchiolavano e dal soffitto pendevano fitte bave di ragnatele impolverate; alcuni quadri storti raffiguravano colline pulite e sgombre, panorami oramai dimenticati in quei tempi bui.
La tensione cresceva col passare dei minuti, il terrore di essere scoperto da un altro cacciatore o di essere sopraffatto da un mostro lo bloccò per ore all'interno della baracca.
Durante il pomeriggio gli spari non cessarono e Joe ebbe addirittura la sensazione che qualcuno avesse cercato di curiosare dentro la stanza nella quale era nascosto.
Il cielo si scurì e il tramonto lasciò spazio all'oscurità della notte.
Col calare delle tenebre, Joseph cercò di riprendere coraggio: spostò lentamente uno degli armadi, tentando di fare meno rumore possibile, poi aprì la finestra ed uscì.
Non appena poggiò il piede a terra, una trappola per orsi gli tagliò la caviglia destra e lui tirò un forte grido di dolore: il rumore dell'osso che si spezzò fu solo l'inizio dell'agonia.
Si mise con la schiena attaccata alla parete: si tolse la camicia imbrattata di fango e se la legò attorno allo squarcio, piangendo di dolore.
Il sangue scorreva attraverso il tessuto e con molta probabilità sarebbe morto prima dell'alba.
Si guardò attorno in cerca di aiuto ma nel buio era difficile anche solo distinguere le proprie mani; la luna era stata soffocata da alcune nuvole di passaggio e la luminosità era molto scarsa.
Con la poca forza che gli rimase, Joe tentò di aprire la morsa ma l'ingranaggio era molto arrugginito e rendeva praticamente impossibile la rimozione della tagliola.
Sentì del movimento sul fianco destro, dietro le sue spalle: da dietro la baracca spuntò una sagoma relativamente bassa, probabilmente era un animale.
L'ombra emise un guaito e Joseph fu certo di essersi imbattuto in un cane vagabondo: tirò un sospiro di sollievo mentre le pulsazioni dovute alla profonda ferita continuavano a tormentarlo.
Il cane si avvicinò a lui e, dopo un altro lamento, iniziò a mordergli la carne spolpando dapprima le gambe: non aveva pelo e gli occhi brillavano di un arancione vivido. Qualsiasi cosa fosse, non poteva essere un semplice segugio. Joe svenne tra le urla di dolore e la paura della morte, nell'ormai inconfutabile consapevolezza che non avrebbe visto il sorgere del sole.
Chissà chi aveva piazzato quella trappola...
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