Molte cose, nell'arco della mia vita da scienziato e ricercatore mi hanno colpito, alcune con conseguente stupore, altre con raccapriccio.
Temo però che nessuna esperienza sia stata più traumatizzante di quella vissuta nel luglio del 1909.
Quel giorno dovetti spostarmi da Charlestown per condurre dei sopralluoghi relativamente urgenti in merito all'avvistamento di un raro esemplare di pesce fionda, un animale creduto estinto da milioni di anni.
Fui appunto contattato da un gruppo di pescatori di Newport che sostenevano di essersi imbattuti in una “bestia primordiale”, a detta loro, mai vista prima.
Mi arrivò un documento direttamente all'università e sollecitarono una certa fretta nell'ottenere una mia risposta, dato che non sapevano per quanto tempo ancora il decantato pesce sarebbe rimasto nella baia.
Informai alcuni sottoposti che sarei partito la notte successiva, anticipando così le ricerche. Inviai la risposta immediatamente, comunicando ai destinatari l'orario indicativo del mio arrivo.
La mia idea infatti era di fare una battuta di pesca poco prima dell'alba, conscio che la maggior parte delle specie ittiche predilige l'assenza di luce per sguazzare nelle acque dell'oceano, talvolta anche estremamente vicine alle zone portuali.
La preparazione fu minima: gettai nella borsa alcuni utensili come un binocolo e un blocchetto degli appunti, mi preoccupai di munirmi di un cambio vestiti e presi anche il mio portafortuna, una gemma recuperata diversi anni prima in una “gita” fuori porta.
Il viaggio in treno fu tranquillo, se non per un insignificante incubo apparentemente breve che mi proiettò all'interno di un temporale quasi apocalittico, dove la pioggia non accennava a placarsi e i fulmini in cielo creavano graffi luminosi con estensioni ciclopiche.
Nel sogno fui avvolto dalla sensazione che qualcosa stesse creando quegli squarci luminosi, qualcosa di gigantesco che operava oltre la coltre di nubi.
Mi svegliai lievemente sudato, con la mia borsa salda sulle ginocchia e il collo indolenzito per una scorretta postura corporale.
Giunsi al porto di Narragansett attorno alle quattro, accolto piacevolmente da un giovane ragazzo con la barba scura e gli occhi celesti.
“Voi dovete essere lo scienziato, giusto? Mi hanno parlato di voi, godete di notevole stima qui in città.”
Dal suo viso evinsi che era sincero e che non stava parlando con banali frasi di circostanza.
“Come ti chiami ragazzo?”
“Steven signore. Steven Cooke.”
“Cooke, cognome diffuso da queste parti.”
“Esatto. La mia famiglia ha radici profonde ed è conosciuta per aver avuto parte dei meriti del progresso di Newport, almeno per quanto riguarda la pesca.”
“Devi esserne fiero, immagino. Erano pescatori?”
“Mio padre si, mia madre si occupava dei carichi al porto. Per un periodo arrivò così tanto lavoro che gli addetti alle banchine raddoppiarono di numero per poter stare dietro a tutto. Pulizia, smaltimento, vendita. Credo siano stati gli anni d'oro per noi.”
“Sono finiti i bei tempi?”
“Diciamo di si. Il commercio si è spostato a sud e l'intera baia ne ha risentito, specie all'inizio. Pare che, quasi per coincidenza, anche i banchi di pesce avessero deciso di migrare, favorendo i porti meridionali.”
La chiacchierata fece si che la traversata verso Jamestown passò repentinamente.
Steven era un ragazzo umile e dalle umili origini, con ancora nel cuore la passione tramandata dai genitori nei confronti del mare e della pesca.
Senza toccare terra, si aggregarono altri quattro pescatori al timone di una bagnarola più grande.
La priorità infatti era la ricerca del pesce fionda.
“In che punto l'avete avvistato, di preciso?”
Domandai al gruppo.
“Ci stavamo spingendo al largo in direzione nord-est. Ci eravamo lasciati alle spalle la baia da un paio d'ore.”
Rispose uno di loro.
“Poi mi accorsi che nella rete si era impigliato un pesce strano, diverso da tutti gli altri. John, laggiù, lo riconobbe subito. Purtroppo la canaglia è riuscita a liberarsi prima che issassimo la rete.”
Concluse Steven con discreta enfasi.
Posizionammo parecchie lanterne lungo il parapetto delle due imbarcazioni, sfruttando parzialmente anche la luce della luna. Il mare era placidamente calmo, con un moto ondoso timido tanto da dare l'illusione che si fondesse col cielo.
Il chiarore dell'alba non era ancora visibile e le stelle luccicavano lassù come migliaia di lucciole intrappolate in un sotterraneo buio e dimenticato.
Il moto ondulatorio parve aumentare improvvisamente di intensità, seppur senza sbalzi significativi.
“Che ne faremo una volta catturato? Lo chiedo per evitare discussioni inutili.”
Domandò un uomo sull'altra barca. Proseguì in tono amichevole:
“Deduco lo vogliate prelevare voi, signor Mace. Per studiarlo.”
“Se non vi dispiace lo porterei nella mia università, premurandomi di metterlo nelle condizioni di ideali per sopravvivere, evitandogli ogni tipo di sofferenza.”
“Mi sembra giusto, voi che ne dite ragazzi?”
Il gruppo sembrò d'accordo, restava solamente da capire il modo in cui l'avrei portato nei laboratori dell'istituto.
Avanzammo ancora e una timida sfumatura arancione cominciava ad intravedersi all'orizzonte.
“Per la ricompensa sarà mio piacere parlarvene una volta tornati dalla spedizione, garantito.”
“Nessun problema, Steven. Concentriamoci sull'obiettivo.”
Lui annuì e prese un cannocchiale dalla cabina di comando, scrutando distanze che l'occhio nudo non poteva raggiungere.
Guardò attentamente e la sua espressione non mi convinse:
“Visto qualcosa di insolito, ragazzo?”
Assorto nell'osservazione, parve non aver udito le mie parole, quindi presi il mio binocolo e lo puntai nella medesima direzione: effettivamente intravidi una grossa sagoma più scura, anche grazie al crescente bagliore dell'aurora. Si stagliava in controluce e aveva contorni indefiniti, come un faraglione solitario.
Steven mise il cannocchiale da parte e disse agli altri di tenersi pronti, poi si rivolse a me:
“Se volete potete usare una canna da pesca. Tenete, infilzate questa larva, i pesci ne vanno matti.”
Feci come mi consigliò il ragazzo e gettai l'amo in acqua.
Nel frattempo, gli uomini nell'altra imbarcazione buttarono le reti fuori bordo.
La marea si alzò ancora, restando comunque gestibile e alcuni gabbiani reali fecero capolino sopra le nostre teste, in cerca di cibo come noi.
“Non ve l'ho nemmeno chiesto, signor Mace. Avete paura del mare?”
Sorrisi e risposi:
“Un po' tardi per domandarlo, non credi? In ogni caso no, a patto che sia calmo e non ci siano burrasche in corso. Nonostante ami i temporali, trovarmi lontano dalla terraferma durante una tempesta non sarebbe di mio gradimento.”
Annuì assorto nella guida della barca.
“E tu? C'è qualcosa che ti spaventa del grande blu?”
“L'unica cosa che mi terrorizza è trovarmici dentro senza di lei.”
Accarezzò il timone, alludendo al suo rapporto di lunga data con l'imbarcazione, e proseguì:
“Non vedere cosa c'è sotto la superficie mi ha sempre destabilizzato. Non sappiamo nulla dell'oceano, di ciò che nasconde.”
“E sono convinto che a volte sia meglio così. Il sapere potrebbe rivelarsi un difetto piuttosto che un pregio.”
“Mi sa che avete ragione.”
Disse con fare pensieroso.
D'un tratto sentii degli strattoni alla canna e mi concentrai. La discreta forza con la quale venivo trascinato verso l'acqua mi fece pensare a un pesce di dimensioni generose e avvisai Steven.
“Una cernia? O magari un barracuda. Sono parecchio aggressivi e ci hanno strappato più reti di quanti ne abbiamo mai pescati.”
Tenni la posizione puntando i piedi, reggendo saldamente l'attrezzo fra le mani, dando delle tirate di tanto in tanto.
Alla fine, dopo un'ostinata resistenza dell'animale, riuscii a farlo saltare fuori dall'acqua.
“Vittoria, professore?”
Chiese uno dei pescatori, incitandomi.
Non conoscendo le specie di pesci presenti nella zona, feci affidamento sulla mia giovane guida:
“Un luccio! Insolito trovarli da queste parti, prediligono le acque dolci anche se si sono adattati bene anche a soluzioni più salate.”
“Quindi posso ritenermi soddisfatto?”
“Eccome. Stasera brindiamo alla taverna di Craig.”
Cercai di celare l'elevata eccitazione. Steven pose fine alle sofferenze della bestia con un colpo di fiocina, infilzandogli la testa per non intaccare la carne.
“Ottimo piglio, signor Mace!”
Esclamò un altro marinaio, alzando il pollice.
Il sole di mezzogiorno si levò imperterrito, donando al mare infiniti riflessi di cristallo.
La pausa pranzo a base di sarde essiccate e frutta fu necessaria e ben gradita, con dell'ottimo vino a fare da contorno.
“Ogni sei mesi ci vengono portate delle casse dal Vermont. Non c'è bevanda migliore per accompagnare il nostro pesce.”
“I vigneti sono scarsi da quelle parti, sbaglio?”
“Corretto, ecco perché esce così buono.”
Steven strizzò l'occhio e trangugiò di gusto, poi fece cenno agli altri per capire se avevano riempito le reti.
“Qualche triglia e una decina di sgombri. Oggi è magra.”
“Lo è sempre di più. Pescheremo alghe fra poco, se le cose non cambieranno.”
Considerò Steven, parlando fra sé e sé. Si limitò ad allargare le braccia in segno di rassegnazione.
“Hai una squadra di persone con più esperienza di te che ti seguono e soprattutto ti rispettano. Non è scontato, sei fortunato ragazzo.”
“Credo lo facciano per onorare i miei genitori, li conoscevano bene ed è un gesto ammirevole nei loro confronti. Comunque non posso affatto lamentarmi, li considero tutti miei mentori. Pensa che Milton, laggiù, è sopravvissuto in mare aperto una settimana e Jeff, quello con la barba folta, si è trovato faccia a faccia con uno squalo martello anni fa. Ha ancora la cicatrice del morso sulla spalla ma non chiedergli di mostratela. Quell'affare si è portato via suo fratello.”
“Ognuno ha qualcosa da raccontare, non è da poco. Purtroppo non sempre gira per il verso giusto, è la vita e dobbiamo accettarlo.”
Lo sguardo di Steven si perse nuovamente all'orizzonte ed ora che il sole era alto la sagoma solitaria si distingueva molto bene.
“Sembra una montagna. Non c'è sulle mappe, giusto?”
“No. È strano, l'altro giorno non mi pare di averla notata.”
“Formazioni rocciose di quella stazza si fanno sentire quando salgono in superficie. Non ci sono state scosse o mareggiate degne di nota in questo periodo?”
“Non che mi risulti.”
Se avessi dovuto fare una stima ipotetica, basandomi sulla nostra posizione, la montagna avrebbe potuto raggiungere l'estensione del ponte di Brooklyn, forse qualcosa di più.
“Non può nemmeno essere un'onda anomala. È troppo ferma.”
Ci perdemmo nello studio di quello strano fenomeno e intanto le reti dell'altra imbarcazione continuavano a riempirsi a stento.
Tentai la fortuna altre tre volte e soltanto una di queste mi sorrise, nonostante l'esemplare pescato fosse meno generoso di dimensioni rispetto al luccio preso in mattinata.
L'ombria della cabina ci diede sollievo e riparo dal forte calore solare che, intorno a metà pomeriggio si fece cocente.
Qualche onda si fece sentire, sferzando la chiglia della barcarola con discreta forza.
Restammo al largo un altro paio di ore, finché la rassegnazione non sopraggiunse:
“Possiamo ritentarci domani, ma non vi obblighiamo di certo a restare. Sarete un uomo molto impegnato.”
“Avete un posto da consigliarmi ove dormire? Non sono esigente, mi basta solo non avere confusione attorno.”
“Dunque vi fermate? Non so come ringraziarvi. Domani lo acchiapperemo, ne sono sicuro.”
L'entusiasmo di Steven era la cosa che più mi affascinava in quel ragazzo e in lui ci rivedevo una piccola parte della mia giovinezza, tenace e ottimista.
“Quella taverna di cui mi parlavi stamattina, ospita anche viandanti come me?”
Gli chiesi sorridendo.
“Certamente! E ha anche delle camere con un'ottima vista sulla baia. Sono certo che il buon vecchio Craig non avrà problemi a darvi la migliore.”
Il genere di sotterfugi che ho sempre apprezzato, anche perché si tratta di favoritismi innocenti e innocui.
“Lo considero il vostro riconoscimento nei miei confronti. Non voglio altro.”
“Ma signor Mace, avete viaggiato fino qui e vi tratterrete un giorno in più. Mi sembra una magro ringraziamento.”
“No affatto. Va benissimo così.”
Quindi, accordandoci con gli altri pescatori, facemmo inversione per dirigerci verso la terraferma lasciandoci il tramonto alle spalle (e la singolare sagoma).
Ormeggiammo le barche al molo e prima di andare a mangiare mi riservai di farmi una doccia rigenerante, dopo di che usai il cambio che mi ero portato per l'evenienza.
La taverna era in fondo alla sequenza di banchine, ne contai 13 perché alcune erano inagibili, al termine di un camminamento in ciottoli brullo e monotono, condito solo di qualche panca in pietra e limitato da parapetti arrugginiti.
Un po' di manutenzione non avrebbe guastato.
La grande mascella di un predatore acquatico esposta sopra l'ingresso, le due lanterne d'ossa ai lati, la targhetta in legno con scritto “Io non posso entrare” e una creatura simile a un uomo-pesce incisa a fianco. Tutto era esattamente come ci si poteva aspettare, così come al suo interno.
Scesi le scale e mi ricongiunsi agli altri.
“Spero che l'accoglienza sia stata all'altezza. Non riceviamo visite illustri da decenni.”
“Se mai ne abbiamo ricevute!”
Scherzò un tizio che non avevo mai visto, seduto al bancone poco più in là.
Craig lo guardò storto ma tornò subito a noi:
“Cosa vi offro, marinai?”
E prima che qualcuno di noi rispondesse, il taverniere spostò lo sguardo su di me ed esclamò:
“Per i mille mari! Non vi ho nemmeno fatto i complimenti per il mostro catturato stamane! Datemi un paio di giorni e lo appenderò io stesso su quella parete laggiù.”
“La fortuna del principiante, buon uomo. Non nego che è stato a dir poco elettrizzante.”
“Ci credo! Non è da tutti sapete? Il primo giro lo offre la casa!”
Gridò alla sala, che contava forse una dozzina di anime.
Passai la serata a conoscere le svariate leggende marinaresche cantate dagli uomini del mio gruppo, al quale più tardi si aggiunsero anche gli altri.
Da giganteschi calamari a cetacei di memorabili dimensioni, tra una bevuta e una storia persi la bussola e per risvegliarmi l'indomani nella stanza che mi avevano gentilmente assegnato.
Se non per un lieve mal di testa, posso dire che con una bella rinfrescata ero già come nuovo.
Mi vestii e scesi le scale, trovai Craig già in piedi che puliva caraffe di legno e spolverava le opere impagliate.
“Ben tornato fra noi, signor Mace. Avete passato una notte tranquilla?”
“Le vostre brande sono estremamente confortevoli, ho fatto fatica ad alzarmi tanto mi ci sono trovato bene.”
“Eccellente!”
Disse lui, ridendo.
“Posso chiedervi dove sono i miei compagni? Non vorrei fossero partiti prima di poterli raggiungere.”
“Ovvio che no, signor Mace. Vi attendono al molo.”
“Vi ringrazio per l'ospitalità. Passerò a salutarvi prima di tornare alla mia Charlestown. Buona giornata.”
Ricambiò con un cenno della mano ed io mi avviai verso le banchine.
Appena li vidi, capii subito che qualcosa non andava per il verso giusto:
“Va tutto bene Steven?”
Gli chiesi, vedendolo irrequieto. Inoltre notai che mancavano due uomini all'appello.
“Ned e Luis sono partiti senza avvisarci. Non sappiamo da quanto sono in mare.”
“Perché avrebbero dovuto? E poi come fai ad esserne così sicuro?”
Lui indicò il punto nel quale sarebbe dovuta essere ormeggiata la barca del giorno prima.
“Probabilmente hanno deciso di anticipare i tempi per avere un vantaggio, non credi?”
Ma il suo sguardo era rivolto altrove, verso quell'enorme sagoma pallida che ora pareva un poco più grande.
Presi il binocolo ed osservai l'orizzonte, intravedendo un puntino scuro risaltare in controluce.
“Forse li ho trovati. Guarda.”
Passai l'attrezzo al ragazzo che non esitò ad agguantarlo e a guardarci dentro.
“Sono loro. Non li vedo ma quella è la loro barca.”
Mi riconsegnò il binocolo, dopo di che salimmo sull'altra imbarcazione per raggiungerli.
Mollammo le cime e un membro del gruppo avviò il motore: all'epoca non erano molte le barche dotate di un sistema a propulsione così all'avanguardia e ritengo improbabile ce ne fosse stata una terza nella baia. Villaggi di pescatori così piccoli non potevano permettersi tanta tecnologia, mentre nelle vere e proprie città marinare era già più frequente imbattersi in mezzi innovativi.
“Potrebbe essere una tempesta...”
Ipotizzò l'uomo al timone senza troppa convinzione.
“Una tempesta con un campo così ristretto? Mai visto niente di simile.”
Nonostante fosse mattina presto, i raggi solari picchiavano con intensità rendendo la traversata un po' debilitante, specie per uno come me abituato a restare chiuso all'oscuro delle aule di un'università.
Gli uomini non badarono molto alla pesca, issando le reti di tanto in tanto per controllare.
La marea stava cambiando e il pelo dell'acqua era costantemente increspato dalle onde crescenti.
“Serve carbone.”
Disse il timoniere e un altro marinaio caricò quattro palate di antracite.
Io e Steven ci spostammo a prua per osservare meglio l'avanzare lento di quella nube scura.
“Se fosse davvero una burrasca saremmo nei guai. Per quanto mi riguarda potrebbe anche essere una tromba d'aria.”
“Stento a crederci. Non è la mia materia ma le formazioni temporalesche in mare aperto danno più avvisaglie. È vero, il mare è agitato, ma non abbastanza da annunciare un fenomeno tanto pericoloso.”
“Spero davvero che abbiate ragione, signor Mace.”
Malgrado le congetture sensate e perfettamente logiche, uno strano senso di angoscia prese a strisciare sotto la pelle, come dei brividi da febbre.
Poco prima di raggiungere l'altra barca, adoperai nuovamente il mio binocolo: sopra non vi era nessuno.
“Cosa avete visto?”
Mi domandò Steven, accorgendosi del mio stato d'irrequietezza.
“Non c'è traccia dei due marinai.”
Lui sbarrò gli occhi:
“Impossibile.”
Quando fummo abbastanza vicini da salirci sopra, notammo una massiccia presenza di gelatina scura sulle travi e perfino sulle pareti interne della cabina.
Una botola al centro del ponte portava a una piccola cambusa sottocoperta e la prima cosa che feci fu aprirla per controllare che non si fossero nascosti lì sotto, per ragioni a noi sconosciute.
“Non possono essere caduti in mare, la marea è ancora gestibile!”
Esclamò il più anziano del gruppo, un uomo tarchiato con i baffi e i capelli grigi.
“Dev'essere successo qualcosa, qualcosa di brutto. Avete idea di cosa possa essere quella mucillagine nera?”
Mi domandò Steven.
Fu in quell'istante che il mio cuore sussultò: sembrava la strana sostanza sparsa sull'isola di Porto Morto, visitata da me nel lontano 1895.
Le analisi svolte in laboratorio non avevano sortito alcun esito, emerse solamente un valore elevato di “adroplasma”, una particolare sostanza chimica non reperibile in natura. La soprannominai così per indicarne la singolare consistenza.
“È velenosa?”
Chiese l'uomo baffuto, mal celando disgusto e paura.
“Meglio non toccarla in ogni caso. A quel tempo non avevo rilevato tracce di elementi tossici ma potrebbe avere mutato alcuni aspetti di base.”
Quello che non dissi a nessuno era a cosa era collegata quella molliccia massa informe.
“Non è sicuro stare qui, Steven. Dobbiamo tornare a terra.”
Gli intimai sottovoce, cercando di non farmi sentire dagli altri.
“E che ne sarà di Ned e di Luis? Cosa dirò alle loro famiglie?”
Uno spostamento d'aria improvviso ci fece quasi cadere tutti dalla barca e il mare iniziò ad agitarsi freneticamente.
Il tutto durò un minuto abbondante, forse due, poi il silenzio piombò calmando la marea e il vento.
Ma quel momento di calma apparente fu solo il preludio di qualcosa di terrificante: quando guardai nuovamente verso l'orizzonte, la sagoma pallida che si ergeva solitaria era scomparsa.
“Come diavolo è possibile?! Cos'era quell'affare?!”
Gridò il timoniere.
Poco dopo, sotto di noi l'oscurità dell'oceano si animò: numerosi banchi di pesci tranciarono entrambe le reti e per poco la barca non si capovolse.
“Cosa sta succedendo professore?!”
“Dobbiamo andarcene da qui! Subito!”
Rispose Steven, ordinandoci di salire sulla nostra imbarcazione.
Il timoniere virò verso la baia e caricò altro carbone, sperando di aumentare la velocità della bagnarola.
Alle nostre spalle, qualcosa di ciclopico stava emergendo dalle scure acque dell'Atlantico, lo vidi nel riflesso dell'oblò.
Sembrava una montagna semovente, un ammasso colossale verdastro.
Non so dove trovai il coraggio di voltarmi ma lo feci, bramoso di scoprire l'identità di quella misteriosa sagoma che potevamo vedere dal porto di Narragansett.
La cosa aveva una cute lucida che respingeva i raggi solari e creava arcobaleni appena visibili tutt'intorno, non riuscii a distinguerne la testa e non ero certo che la creatura ne fosse dotata.
Col binocolo intravidi delle orbite oculari grandi quanto le cupole di una chiesa vittoriana e più in basso una voragine immensa contornata da lunghe appendici tentacolari.
Queste si dimenavano come serpenti inferociti e dei geyser di acqua salata venivano spruzzati da alcuni fori alle loro estremità.
La visione di quello spettacolo ai limiti dell'immaginabile mi destabilizzò severamente, tanto che a un certo punto persi conoscenza.
Nella fase semi-comatosa ebbi delle visioni allucinanti e fu come rivivere l'avvento di quella montagna vivente ma con gli occhi di qualcun altro.
Quando rinvenni, ero disteso sul letto della mia stanza alla taverna di Craig, con una fasciatura al polso destro.
Dalla finestra che dava sulla baia non filtrava più la luce del sole, il che mi fece intuire di aver trascorso tutto il pomeriggio a “riposare”.
Di sotto però potevo udire un gran trambusto e dopo essermi rimesso a nuovo, scesi.
“Signor Mace, state bene? Eravamo preoccupati. Vi siete fatto un brutto taglio cadendo.”
Si informò gentilmente Steven. Io lo rassicurai, chiedendogli quando ero svenuto e in quanto tempo eravamo riusciti a tornare a riva.
“Nessuno di noi ebbe il coraggio di guardare. So solo che dovevamo fuggire.”
Disse il ragazzo, fissando un punto indefinito della stanza. Proseguì:
“Ha oscurato il sole, credevo saremmo morti tutti, schiacciati dal peso immane di quell'essere indicibile. Dio solo sa cosa è capitato a Ned e Luis, che riposino in pace.”
“Sono sicuro che il mare, prima o poi, ci riconsegnerà i loro corpi. Lo ha sempre fatto.”
Affermò Craig con aria solenne.
Intanto, all'esterno, il cielo si scurì di grosse nubi temporalesche e i primi tuoni in lontananza si fecero sentire.
“Saremmo lieti di ospitarvi qui per un'altra notte, se lo desiderate. Non è prudente viaggiare con questo tempaccio.”
“Se non vi arreco disturbo, resto volentieri.”
“E come potreste? Siete e sarete sempre il benvenuto qui.”
Prima di versarci da bere e servirci la cena, il locandiere mi fece notare il mio trofeo appeso alla parete:
“Non avevo molto lavoro da sbrigare oggi e la taverna è rimasta vuota per qualche ora, così ho impagliato il luccio che avete pescato ieri mattina. Che ne pensate?”
Sembrava quasi più grande visto da quella prospettiva.
“Se non fosse fuori dall'acqua inchiodato a un muro, direi che è ancora vivo. Tecnica sopraffina la vostra, davvero.”
“Troppe lusinghe, non ci siamo molto abituati qui, specie se dette dagli stranieri. Senza offesa, ovviamente.”
“Nessun offesa, comprendo il vostro discorso.”
Cenammo con l'avvicinarsi del temporale, dopo di che il gruppo si sciolse e restammo soltanto io e Steven in compagnia di Craig.
“Non voglio essere scortese, signor Mace, ma vorrei farvi una domanda: cosa avete visto realmente lì fuori?”
Un lampo entrò da una delle finestre che dava sul molo, seguito da un tuono discretamente distante.
Prima di rispondergli, mi versò da bere.
“Era come un colosso venuto da altri mondi, non certo quelli della nostra galassia scoperta da Galileo Galilei. La sua imponenza non è paragonabile a nulla. Aveva una pelle lustra, centinaia di tentacoli che attorniavano un orifizio grande quanto una cattedrale, se non di più. E dozzine di viscidi occhi pulsanti.”
Bevvi, poi continuai:
“Se si avvicinerà alla terraferma, non oso immaginare quali orrori potrebbe portare con sé.”
Di nuovo quella sensazione sgradevole, come di qualcosa che strisciava sotto la mia cute.
“Vogliate perdonarmi signori, ma sono stanco e si è fatto tardi. Domattina prenderò il treno per Charlestown ma sono intenzionato ad aiutarvi nella vostra ricerca. Finanzierò io stesso delle spedizioni per trovare quel pesce leggendario e qualora dovessero raggiungere un esito positivo, farò avere a voi il merito. Questa cittadina se lo merita, Ned e Luis se lo meritano.”
Tornai nella mia stanza ma non mi coricai. Mi misi alla finestra e sbirciai fuori: il mare era agitato e il cielo mostrava spettacolari esibizioni elettrostatiche.
L'illuminazione fornita dalla luna era alquanto precaria e le nubi nere reprimevano ogni suo tentativo di affacciarsi verso la Terra.
Il faro a ovest, situato su un agglomerato di grossi scogli invasi dai cirripedi, sparava il suo fascio di luce in direzione del mare aperto.
E infine, dopo tanti fulmini, lo vidi.
Si stagliava laggiù, semi immerso nelle scure acque dell'Atlantico, e non so se per un gioco di ombre o se per colpa della mia stanchezza, l'essere sembrava ancora più vicino.
Sussultai e distolsi lo sguardo, poi mi tornò in mente un vecchio libro contenente una serie di strane storie riguardanti creature mitiche e leggendarie, appartenenti a epoche troppo lontane per essere trascritte.
Ricordai di aver letto un racconto da ragazzo, una novella incentrata su un gruppo di cacciatori di balene che si erano imbattuti in qualcosa di enorme: inizialmente avevano ritenuto si trattasse di un grosso capodoglio, ma ciò che videro dopo li smentì.
Nel libro, la creatura viene descritta come un gigantesco polipo con un corpo dotato di arti palmati superiori e inferiori.
L'epilogo fu tragico e nessuno si salvò dalla furia primordiale di quella bestia sconosciuta, e una frase alla fine della storia mi fece rabbrividire: “E quell'orrore tanto grottesco sarà giunto dal cosmo o dalle profondità marine?”
Una domanda che mi posi anch'io, durante quell'intenso temporale, prima di abbandonarmi a un sonno travagliato.
Durante la notte mi parve di udire sibili di serpenti, sussurri sinistri sotto le travi e un incessante viscido strisciare nelle pareti.
Mi girai e mi rigirai, sudando freddo.
L'indomani il maltempo non diede tregua, rendendo impossibile il mio ritorno in città.
“Se avete fame la colazione è servita, professor Mace.”
Disse Steven fuori dalla porta della mia stanza, sentendo che ero sveglio.
Quindi scesi di sotto e trovai Craig, Steven e gli altri seduti a un tavolo: i loro volti erano sconsolati e poche ore più tardi si sarebbero celebrati i funerali di Ned e di Luis.
Pur non avendo ritrovato i corpi, la comunità aveva deciso di omaggiarli con un rito solenne nel cimitero cittadino.
La messa fu meno straziante di quanto potessi aspettarmi, con le famiglie dei pescatori che giudicarono onorevole la morte dei rispettivi mariti considerandola il giusto premio per una vita trascorsa in mare.
Non potei fare a meno di voltarmi verso la baia, di tanto in tanto, senza però intravedere nulla a causa dei fitti nembi all'orizzonte.
Il prete piantò a terra due croci di legno come gesto simbolico, con la promessa che quando il mare avesse restituito le spoglie dei due pescatori dispersi si sarebbe preoccupato lui stesso di seppellirli.
La cerimonia si concluse intorno a ora di pranzo e la burrasca si spostò nell'entroterra, lasciandosi alle spalle una scia di pozzanghere e alberi brutalmente spogliati.
Decisi che sarei partito subito e feci i bagagli, approfittando del momento, quando per coincidenza ascoltai la conversazione di un tale che stava bevendo al bancone:
“La linea ferroviaria è fuori uso, alcuni detriti sono finiti sulle rotaie e ci vorrà tutto il giorno per sgomberare i punti interessati. Da qui a Boston, fino a New Heaven e Hartford.”
Domandai a Craig se poteva ospitarmi ancora una notte, quindi riportai la valigia nella mia stanza e raggiunsi Steven al molo.
“Dopo le mareggiate dobbiamo raccogliere ciò che il mare trascina a riva. Guardate...”
Il ragazzo mi mostrò un idolo a forma di sirena, grosso quanto un piede di porco e fatto di un materiale simile alla ceramica.
“Per noi pescatori sono dei veri e propri doni, anche se apparentemente possono sembrare inutili o di poco valore. Ricordo quando Luis trovò uno scrigno di legno, non troppo grande. Lo portò alla locanda e lo aprimmo tutti insieme: sapete cosa celava al suo interno?”
Restai in silenzio, incuriosito dalla storia.
“Un anello e un piccolo osso, forse appartenente a un animale. Ben protetto, sotto uno strato di lino, vi era un biglietto con una dedica d'amore. Il padrone aveva deciso di liberare l'anima della propria bestiola nell'oceano, giurandole un sentimento eterno. Se domandate a Craig, lui se lo ricorderà senz'altro.”
Un bell'aneddoto, indubbiamente, ma ciò che mi affascinava in quel momento era quello strano oggetto che Steven reggeva fra le mani, quella singolare figura proveniente da chissà dove.
“Che mi dici di quella piccola statua?”
Lui la guardò con aria interrogativa, senza sapermi dare una risposta immediata.
“Deduco appartenesse a un collezionista, o magari era un regalo per una persona speciale.”
Entrambe le ipotesi potevano essere veritiere, però ebbi la sensazione che quella sirena in terracotta potesse provenire da molto lontano, da luoghi inesplorati e vergini dalle mani umane.
Gli chiesi il permesso di lasciarmi il reperto per studiarlo e analizzarlo nei laboratori dell'università. Steven acconsentì senza problemi, con l'unica promessa di aggiornarlo sui progressi fatti.
Al tatto risultò freddo e discretamente pesante, il che mi fece ricredere sul tipo di materiale del quale era fatto.
“Vi vedo perplesso, professore.”
“Ne saprò di più quando farò ritorno in città. Non tarderò nell'inviarti costantemente quanto scoperto.”
La mia mente, come una farfalla, svolazzò verso un altro pensiero che mi attanagliava da un paio di giorni: la colossale creatura nell'oceano.
Con un rapido movimento degli occhi gettai lo sguardo verso l'orizzonte, sicuro di intravedere ancora la sagoma scura che mi perseguitava da quando avevo messo piede a Newport.
Non vidi nulla.
Quindi recuperai il cannocchiale dalla cabina della barca con la quale eravamo andati a pescare il giorno precedente, puntai al largo e mi concentrai: vidi un nugolo di gabbiani volteggiare in cerchio.
Lo feci presente a Steven che, dopo aver guardato, ipotizzò la presenza di una carcassa, forse di una balena dato l'elevato numero di uccelli che vi banchettava.
“Vuoi che andiamo a controllare?”
Gli domandai d'istinto.
“Breve battuta di pesca?”
“In un certo senso...”
Arold e James non si unirono, preferendo dedicare un po' di tempo alla famiglia.
Quindi preparammo l'imbarcazione e mollammo la cima, lasciandoci presto il porto alle spalle.
“Faremo ritorno prima del tramonto, signor Mace.”
La marea era nettamente placida e l'acqua sporca di fogliame e svariati detriti, per lo più vegetali.
Sbirciai ancora con il cannocchiale e questa volta scorsi qualcosa che galleggiava in superficie, qualcosa di grosso.
A primo impatto, avrei giurato fosse una balena morta o un qualsiasi mammifero marino che potesse in qualche modo eguagliarne le dimensioni.
Io e Steven restammo pietrificati quando scoprimmo cosa avevamo dinnanzi a noi.
“Mi rifiuto di credere che questa cosa appartenga alla nostra terra.”
Disse il ragazzo, tremando e con gli occhi quasi fuori dalle orbite.
Un enorme tentacolo fluttuava placido sul pelo dell'acqua e una moltitudine di gabbiani vi banchettava sopra.
“Ditemi, signor Mace. Ciò che avete visto ieri possedeva queste appendici?”
Le ventose, grandi quanto la nostra bagnarola, erano contornate di una lunga peluria verde scuro.
“Si.”
Risposi senza staccare lo sguardo dal tentacolo.
“Ora, quello che mi spaventa maggiormente, è capire com'è potuta morire quella ciclopica creatura.”
“Gesù Santo, come può vivere un abominio tale nei nostri mari!? Da dove arriva un simile mostro?!”
Gridò, scosso dal terrore.
“Conosciamo assai poco delle profondità marine. Gli orrori che nasconde, prima o poi, verranno a galla. Mi domando: saremo pronti per quel momento?”
Costatai, poi tornai ad analizzare la situazione:
“Potrebbe averla uccisa la tempesta, anche se lo trovo alquanto improbabile. Un essere così grande...”
Riflettei, poi un brivido mi percorse la schiena, gelandomi il sangue nelle vene.
“E se non fosse morta?”
“Come sarebbe a dire? Insomma questo tentacolo è stato strappato via!”
“Potrebbe essere ferita, magari si è rintanata negli antri oscuri degli abissi. Non concediamoci il lusso di dare per scontato che sia morta.”
I gabbiani fischiavano, infastidendosi fra loro. Non c'era alcun dubbio che quella propaggine, per un motivo a noi sconosciuto, si fosse staccata dal corpo imponente della creatura.
Era alquanto improbabile potesse avere vita propria, o rianimarsi in qualche modo, quindi mi avvicinai ulteriormente usando una fiocina. Mi aggrappai e trascinai la barca verso il tentacolo.
Passai un'ora a studiarlo, disegnando al meglio le sue forme e trascrivendo esattamente le condizioni nelle quali era.
Sostammo per una breve battuta di pesca che ci fece racimolare appena una decina di pesci, poi tornammo al molo.
Il sole tramontò e la baia cadde nella soffocante ombra della notte, poco dopo il nostro ritorno.
Restai giusto il tempo di un bicchiere di scotch, poi salii nella mia stanza ma non per dormire.
Cercai risposte, osservai i miei disegni, lessi i miei appunti e mi passai fra le mani quella atipica scultura rinvenuta sulla spiaggia diverse ore prima.
La poggiai sul davanzale che si affacciava sull'oceano e dopo pochi istanti mi parve di vedere un timido bagliore provenire dall'oscurità in un punto all'orizzonte.
Mi armai di cannocchiale ma non era abbastanza.
Non mi sarei certo permesso di disturbare Steven o gli altri, ma era un fenomeno che non potevo ignorare. Restai sveglio qualche ora, appuntandomi alcune piccole variazioni di luce prodotte da quello strano “faro” disperso al largo.
Fui interrotto bruscamente da un prepotente bussare alla porta:
“Signor Mace, signore. Siete sveglio??”
Riconobbi la voce di Craig.
“Si, avevate bisogno?”
“Mi rincresce disturbarvi a queste ore, ma c'è una cosa che vorrei vedeste con i vostri occhi.”
Lasciai il cannocchiale sul letto e la statua accanto alla finestra, quando aprii la porta incrociai lo sguardo allibito del locandiere:
“Che succede? Siete pallido come un lenzuolo.”
“Venite...”
Mi portò di sotto, dove trovai anche Steve in compagnia di altre due persone. Quando le riconobbi sussultai: erano Ned e Luis.
I loro vestiti erano fradici e i loro capi chini verso il pavimento. Non parlavano né si muovevano.
“Sono uscito per gettare la sporcizia quando ho visto due sagome trascinarsi vicino alle banchine. Ho domandato chi fossero e loro in risposta si sono voltati e sono venuti verso di me. Per fortuna che Steven era ancora qui, ho avuto un mancamento quando li ho guardati in faccia.”
“Dite che li abbia portati qui la marea?”
Domandai a bassa voce, senza distogliere lo sguardo dai due pescatori.
“Le onde restituiscono sempre ciò che non appartiene al mare, ma quando lo fa si tiene sempre qualcosa con sé.”
Rispose Craig, poi aggiunse serio:
“Se si tratta degli uomini, si accontenta di prendere la loro anima come pegno.”
“Ned, che vi è successo?”
Chiese il ragazzo, con voce tremante.
“Siete stati attaccati?”
Continuò, senza ricevere alcuna risposta.
All'improvviso udii un leggero bisbigliare e notai che Luis stava tremando, come in preda a delle convulsioni poco percettibili.
Io, Steven e Craig ci avvicinammo:
“Qualcosa striscia sotto la chiglia, non è un'anguilla né una triglia. Qualcosa striscia sotto le travi, non ha gambe, né piedi, né mani. Qualcosa striscia sotto coperta, viscido sospiro di un'ombra funesta. Qualcosa striscia sul ponte...”
Si interruppe scosso dai tremori crescenti.
“Che cosa Luis? Che cosa striscia sul ponte??”
Lo incalzò il locandiere. Luis alzò lo sguardo e per la prima volta mostrò i suoi occhi, due orbite grigie come quelle dei pesci privi di vita: iniziò a vomitare acqua e alghe.
Steve corse a prendere un secchio ma quando tornò il pescatore aveva smesso di rigettare.
Poi fu il turno di Ned: recitò la macabra cantilena prima di espellere bile, acqua marina e sargassi.
Entrambi si placarono, smisero di tremare e di pronunciare frasi abominevoli per qualche istante, finché all'unisono rizzarono il capo e, voltandosi verso di noi, sussurrarono:
“Qualcosa striscia sul ponte, a te marinaio che hai trovato la morte.”
Le loro bocche si spalancarono talmente tanto che la pelle delle guance si squarciò e parte del cranio cadde all'indietro. Il sangue zampillò dalla gola scoperta e i loro corpi esanimi crollarono su loro stessi come un mucchio di gelatina informe.
Dozzine di paguri si liberarono dalla melma rossastra accumulatasi sul pavimento e si diressero verso l'uscita della taverna. La porta era semi chiusa e poterono dileguarsi senza fatica.
Lo spettacolo cui avevamo appena assistito fu uno dei più macabri che io ricordi.
La notte proseguì lentamente, fra pulizie e cali di lucidità; sentii la necessità di tornare a casa.
Comunicai a Craig e Steven lo strano fenomeno legato all'effigie della sirena e vollero salire in camera per assistervi in prima persona.
“L'illuminazione è troppo scarsa.”
Sostenne il ragazzo guardando nel cannocchiale. Poi lo prese il locandiere e dopo aver condiviso la medesima riflessione, esclamò:
“Rimettiamo in funzione il faro, non vedo alternative.”
“Sono passati anni dall'ultima volta che è stato utilizzato. Riattivarlo sarà un'impresa.”
“L'importante è che le lenti siano intatte. Per quanto riguarda le lampade, c'è una scorta abbondante di cui usufruire.”
Mi intimarono di stare lì mentre loro avrebbero risalito le umide scale del faro.
Il cielo si riempì di nuvole in un batter d'occhio e di lì a poco prese a piovere.
Vidi le lanterne di Craig e Steven allontanarsi dal molo in direzione della torre, che appariva come un bastone nero conficcato in un irregolare grumo di materiale indefinito.
Dapprima vennero i lampi seguiti da ruggiti di mostri invisibili nascosti oltre le nubi, poi si sprigionarono i fulmini creando crepe di luce in ogni direzione.
L'intensità della pioggia aumentò a dismisura fino a creare un fitto strato grigio che mi fece perdere completamente la visuale sui miei amici.
Non potei fare altro che aspettare, pregando che quel forte acquazzone passasse velocemente e che il faro potesse essere rimesso in attività.
Strinsi la singolare reliquia fra le mani come un idolo protettore, rivolgendola al mare.
Un potente fascio di luce si liberò nell'oscurità ma ciò che illuminò fu un muro nero impenetrabile.
Mi strofinai gli occhi tentando di capirne di più ma era come se il raggio emesso dal faro venisse risucchiato da qualcosa.
Feci un passo indietro e rabbrividii al tremolare delle candele, dopodiché il vetro della finestra andò in frantumi ed io venni sbalzato al suolo, cadendo rovinosamente sulla schiena.
Un paio di ceri restarono accesi, quelli più lontani dallo squarcio appena creatosi.
Da esso si liberò nella stanza un'edera molliccia color inchiostro che si fece timidamente spazio fluttuando a mezz'aria.
Prese forma lentamente e capii che non si trattava di una pianta o di fumo nero, bensì di un tentacolo.
Posi davanti a me la reliquia, stringendola più forte.
L'estremità della propaggine mi accarezzò i polsi, le dita ed infine sfiorò l'idolo a forma di sirena, dolcemente.
Non opposi resistenza e lasciai che me la sottraesse immaginando che, in un certo senso, potesse risparmiarmi la vita.
Così accadde: dopo essersi appropriato del cimelio, il tentacolo abbandonò la stanza ed io rimasi solo, steso sul pavimento e con il cuore che da un momento all'altro sarebbe potuto fuoriuscire dal mio petto.
Persi la cognizione del tempo, ricordo solo che Steven e Craig mi aiutarono a tirarmi in piedi per portarmi giù nel salone. Un goccio di scotch fu quantomeno doveroso e brindammo a quell'apocalittica nottata, folle ed irripetibile.
Il faro ora puntava fino al largo e il temporale andava via via dileguandosi.
Nessun ombra all'orizzonte, nessun contorno sbagliato. La creatura era tornata negli abissi.
Il mattino seguente ci fu parecchio sgomento quando, alle prime luci dell'alba, alcuni pescatori trovarono i corpi esanimi di Ned e Luis sul bagnasciuga e, accanto a loro, un esemplare di pesce fionda perfettamente integro.
Mi trattenni fino a ora di pranzo, porsi i saluti a Craig, Steven e al resto dei pescatori ringraziandoli per l'ospitalità, infine diressi alla stazione dove, dopo un paio di ore, potei salire sul treno per Charlestown.
Durante il viaggio di ritorno riflettei a fondo, analizzando i pensieri nella mia mente e studiando nuovamente gli appunti trascritti.
Giunsi a una conclusione: c'era una correlazione fra la statua e la creatura marina, un legame mistico che nessuno poteva conoscere e che, soprattutto, nessuno doveva spezzare.
Ned e Luis, per circostanze a noi tanto ignote quanto nefaste, erano entrati in possesso di quella reliquia e ne hanno pagato il prezzo.
Tuttavia, mi riesce ancora inconcepibile credere a ciò cui avevo assistito: una bestia grossa quanto una montagna infestava le acque dell'Atlantico ed in cuor mio, avrei preferito non saperlo.
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