Norm non era il luogo in cui un abile scalatore si sarebbe voluto rifugiare dopo ore di cammino sugli irti sentieri di quelle montagne tanto ripide quanto imponenti.
Giunsi da quelle parti al tramonto di un faticoso pellegrinaggio, condotto in solitaria con l'obiettivo di abbandonare temporaneamente la caotica routine della mia Charlestown.
Mi erano già capitate esperienze non proprio memorabili anni addietro: Stafford nel 1894 e Holeridge nel 1898. Nonostante, in entrambi i casi, la mia vita fu messa in pericolo in maniera inconfutabile non mi feci condizionare dagli eventi e decisi di esplorare la zona montuosa orientale dello stato del Vermont.
Dal principio del sentiero si intravedeva una lieve sfumatura biancastra che colorava i picchi più estremi dell'altura, che come artigli di giganti dormienti graffiavano il cielo, incolpandolo di peccati che la limitata mente umana non potrà mai conoscere.
Camminai diverse ore, sostando di tanto in tanto all'ombrìa di alberi che, progressivamente, si facevano sempre più spogli e anziani.
Anche i cespugli e altri generi di vegetazione si impoverivano man mano che salivo verso la vetta, condizione che mi incuriosì ma che non mi diede molto pensiero.
Gli scorci offerti dal versante sul quale ero mi riempirono il petto dei respiri che la fatica mi stava togliendo, ridandomi energia e sostegno morale.
Inciampai su qualche arbusto rinsecchito, ruzzolai un paio di volte senza farmi male e infine al calar del sole, ecco che riuscii ad arrivare ai piedi del cartello di legno marcescente che anticipava l'ingresso del villaggio: il muschio verde scuro aveva intaccato ogni fibra di quella targhetta, rendendola quasi illeggibile. “Horn” era la scritta che appariva.
Guardai oltre, tentando di scorgere qualcuno cui chiedere informazioni ma il silenzio regnava sovrano e non mi parve di vedere anima viva bazzicare per la piccola piazza che mi si apriva davanti. Le abitazioni sembravano occupate dalle tenebre, dato che dagli oblò di cui erano dotate non fuoriusciva nemmeno la tremolante luce di una candela.
Qualche lanterna appesa a delle aste di legno di abete forniva la minima illuminazione che si potesse richiedere, ma mi ero premurato di portarmi una torcia personale. Chi le aveva accese?
Il sole svanì, lasciando in cielo un eco luminoso di colore arancio vivido ed io fui costretto a dare fuoco alla fiaccola.
Ebbi la sensazione di essere osservato fin dal momento in cui varcai il fatiscente cartello d'ingresso, sentivo centinaia di piccoli occhi addosso e crebbe in me una sgradevole irrequietezza.
“Vattene straniero!”
Una voce colpì i miei timpani come un sassolino scagliato con una fionda. Era un sibilo chiaro e distinto che esplose come un tuono in quella placida calma crepuscolare. Tuttavia non fui in grado di percepire da dove provenisse: per quanto mi riguardava, poteva essere stato il vento fra i rami secchi dei vecchi pini che contornavano il caseggiato.
“Vattene straniero!”
Ancora quel sibilo celato nell'oscurità.
“Sono Simon, Simon Mace. Vengo da Charlestown.”
Risposi con fermezza, tentando di nascondere la mia apprensione.
Di rimando ottenni alcuni istanti muti, interrotti bruscamente dalla voce:
“Non è posto per te!”
“Non ho cattive intenzioni, ho solo bisogno di un posto sicuro in cui passare la notte. Domattina all'alba non sarò più d'impiccio.”
Un lume smorzò la monotonia nera del buio che si era depositato su Norm, laggiù vicino a una casa priva di finestre.
“Perché sei qui, straniero?”
Incalzò, mettendomi in soggezione.
“Solo un pellegrinaggio al grido della natura, per fuggire dal caos della mia città.”
Il fiato prendeva strane forme ora che il freddo pizzicava la pelle.
“Torna a valle. Vattene!”
Mi disse.
“Se avessi saputo che la mia presenza avrebbe arrecato fastidi, mai mi sarebbe venuto in mente di giungere fin quassù. Sono mortificato, chiedo solo un rifugio ove dormire.”
“Parlate alle tenebre, signor Mace?”
Sobbalzai. Qualcuno alle mie spalle parlò, poco distante da me.
“Domando scusa, signore. Non volevo disturbare il vostro sonno.”
“Venite, qui fuori si gela.”
Disse l'uomo, accompagnandomi alla sua dimora.
“Datemi un istante, accendo le braci e sono a vostra disposizione.”
Feci per prestargli la fiaccola ma si era già dileguato nell'ombra dell'altra stanza; mi domandai come potesse orientarsi senza la benché minima luminaria.
Lo seguii e tenni la torcia vicino a lui, fornendogli un aiuto che forse non gli serviva neppure.
Il fuoco nella stufa divampò in poco tempo e il calore si diffuse come una dolce coperta invisibile.
Mi fece accomodare su una poltrona sgualcita, fatta in pelle animale (forse di cervo?) e mi offrì da bere e da mangiare, cosa che accettai di buon grado data l'ora e le energie spese durante la giornata.
“Qui mangiamo ciò che ci offre il bosco, dalle bacche agli scoiattoli. Spero non siate di palato fine.”
La padronanza che aveva nel parlare mi rese difficile credere che quell'uomo fosse un comune montanaro.
“Vi esprimete elegantemente, siete cresciuto qui?”
“No. Un tempo remoto vivevo giù a valle, alle pendici di queste montagne. Ho scordato ogni altra cosa relativa a quella mia esistenza.”
“Rimembrate cosa vi ha spinto quassù? Se non sono troppo indiscreto.”
“Non lo ricordo. Avevo una famiglia, ora sono solo.”
Mescolò la brodaglia di carne:
“E voi? Non avevate altri pendii da scalare?”
Lo disse senza scortesia, piuttosto parve quasi divertito seppur mantenendo un'impostazione rigida e distaccata.
“Saltuariamente decido di compiere escursioni rischiose, facendomi guidare dal mio istinto. Cosa mi dite di Norm?”
Il fuoco nel braciere tremò.
“Nient'altro che un grumo di catapecchie disabitate. Quello che troverete domani al sorgere del sole non sarà diverso da ciò che avete già visto poco fa.”
“Quindi vivete quassù da solo? Esiliato dal resto del mondo?”
“Da anni, ormai. Ci ho fatto l'abitudine.”
“Ma quindi con chi ho parlato prima,lì fuori? Qualcuno mi ha intimato di andarmene.”
“Qualcosa...”
Non afferrai.
“Prego?”
“Qualcosa, non qualcuno. Sono io l'unico abitante di questo villaggio dimenticato da Dio.”
Il fuoco sussultò ancora e le sagome informi proiettate sulle pareti si dimenarono nervosamente.
“Avete mai provato la carne di lontra, signor Mace?”
Mi domandò senza voltarsi, mal celando una mancanza di interesse riguardo all'argomento. Era palese che volesse fare conversazione, evitando di svelare ulteriori dettagli su quel luogo misterioso.
“Non ho avuto questo privilegio, fino ad ora. Sono curioso di assaggiarla.”
“La cuocio in bacche rosse e radici di abete. Ricetta appartenente ai miei avi, uno dei pochi cimeli che mi lega al mio infausto passato.”
“Dovete essere un abile cacciatore...”
Considerai, soffermandomi sulle bestie impagliate alle pareti: la testa di un lupo, uno scoiattolo, il palco di un cervo maschio adulto.
“Fra i vari passatempi nei quali mi diletto vi è anche la caccia, si. Ma la mia passione è un'altra.”
Recuperò due ciotole e vi versò dentro il brodo con i pezzetti di carne, porgendomi poi uno dei due recipienti e un cucchiaio.
“Posso sapere il vostro nome?”
L'uomo dalla folta barba bianca poggiò la scodella sul tavolino, si alzò e girò una chiave in un baule all'angolo della stanza. Vi frugò un istante ed estrasse un libro.
“Mi diletto nella lettura così come nel conversare, da qui la mia abilità nel dialogo.”
Vedendomi perplesso, aggiunse:
“So cosa state pensando: con chi potrei mai parlare se sono l'unico abitante di Norm? Avrete sicuramente notato il santuario in cima all'Ultima Punta.”
“Difficile non notarlo.”
“Dite giusto. Quel piccolo tempio è sconsacrato da tempi immemori ed era già lì quando piantammo i primi chiodi per fondare Norm. Per il mio modesto parere è sempre stato là...”
Concluse, perdendosi con lo sguardo rivolto alle braci.
“E quel libro che reggete? Di che si tratta?”
L'uomo tornò in sé e mi mostrò il manoscritto:
“La Sacra Bibbia?”
“Ho letto ogni frase, ogni passo descritto al suo interno. Su una cosa sono d'accordo con esso.”
Si rigirò il libro fra le mani e concluse:
“Non tutti gli esseri umani sono su questa terra per fare del bene.”
Si girò verso la stufa e vi gettò dentro il tomo. Le fiamme divamparono, tanto che alcune lingue di fuoco fuoriuscirono dal foro d'ingresso per la legna.
“Ciò non significa che chi non fa del bene sia una persona cattiva, giusto signor Mace?”
“Mi trovate in disaccordo. Quello che state facendo ora è esattamente ciò che farebbe un uomo buono: aiutare il prossimo.”
“Questo è quello che percepite voi. Io sto solo facendo quello che ho voglia di fare, indipendentemente dal vostro parere. Avrei potuto lasciarvi lì fuori a congelare, o magari ridurvi a brandelli per creare una nuova ricetta. Nei secoli di storia che ci precedono, quante sono state le gesta leggendarie compiute dagli uomini? Cortès sbarcò nelle Americhe e il suo nome fu inciso su tavole di pietra e tramandato di generazione in generazione. Ma sappiamo entrambi che c'è il lato oscuro in questo, una verità che nessuno ha intenzione di ammettere: la fine di numerose tribù indigene, la schiavitù dei superstiti che si arresero alla prepotenza del tanto decantato conquistatore spagnolo. Dunque, signor Mace, ciò che è una benedizione per alcuni potrebbe essere una condanna per altri.”
“Vi seguo nel vostro discorso, ed è per questo che mi domando cosa ci sia di negativo nel darmi da mangiare e nell'offrirmi riparo. A chi avete commesso un torto?”
L'uomo mi fece cenno di affacciarmi alla finestra che dava sulla foresta esposta a sud. Soffocò le braci, in modo che io potessi vedere nitidamente l'esterno.
Qualcosa si agitava fra gli arbusti, qualcosa di estremamente veloce.
“Cos'è?”
“Soltanto il Diavolo.”
Il fuoco nella stufa riprese vita, all'improvviso. Il mio cuore si bloccò per un momento ed io venni pervaso da un orribile senso di inquietudine.
“Dalla vostra reazione, potrei dedurre due cose: o siete un credulone, oppure avete un ottimo istinto di sopravvivenza, comprendendo il genere di minaccia che abbiamo di fronte.”
“Come si nutre? Insomma non penso abbiate molti visitatori quassù. E se così fosse, perché risparmiarmi?”
“Forse perché apprezzo la vostra compagnia?”
Lo disse accennando un sorriso, portandosi alla bocca un cucchiaio di brodo.
“Non gradite la pietanza? Non mi offendo.”
Domandò senza guardarmi, avendo però notato che non avevo toccato mezzo boccone di carne da quando me l'aveva posta nella ciotola.
“Vogliate scusarmi, mi ero perso nei pensieri e nella conversazione che stavamo affrontando. Quando un argomento mi cattura, tutto il resto passa involontariamente in secondo piano.”
Assaggiai la brodaglia e un pezzo di polpa: il sapore deciso del liquido alzava la sapidità della carne di lontra, delicata e tenera.
“Deliziosa, non c'è dubbio. Siete un ottimo cuoco.”
“Una lusinga, di tanto in tanto, allieta lo spirito.”
Decisi di sospendere le chiacchiere e dedicarmi alla cena. L'uomo poggiò la scodella vuota su un pianale vicino al lavabo, congedandosi:
“Vado a coricarmi, signor Mace. Voi fate pure come foste a casa vostra, l'acqua del rubinetto è potabile e se avete ancora fame tengo delle frattaglie sotto sale nella dispensa, dietro quella porta. Per qualsiasi altra cosa, non esitate a svegliarmi.”
Ringraziai e mi sedetti sulla poltrona, dopo aver ricevuto il consenso di dormire ovunque ritenessi opportuno.
Nel tepore di quel salotto, mi ci volle poco per gettarmi fra le braccia di Morfeo e tutto sfumò in un buiore onirico.
Feci sogni particolarmente pacati, lenti.
Aprii debolmente le palpebre perché mi accorsi, forse in uno stato di dormiveglia, che il fuoco della stufa si era estinto. L'unica fonte di luce proveniva dalla finestra, trafitta freddamente dai raggi lunari. Fu nel momento in cui guardai verso l'esterno che lo vidi: il Diavolo.
Un'ombra più scura del buio pesto, un paio di occhi rosso scintillante, gli artigli poggiati all'oblò.
Era la cosa più spaventosa che avessi mai avuto la sfortuna di vedere, un incubo reale, un mostro proveniente dai remoti antri dell'universo.
Nessuno poteva definirla una creatura appartenente al nostro mondo.
E mentre il tempo parve bloccarsi, in quello sguardo proibito scorsi memorie che non facevano parte della mia storia. Vissi ricordi estranei in cui vidi boscaioli erigere piccoli rifugi montani, all'ombra di quel santuario che svettava sul cucuzzolo, perentorio.
Il villaggio crebbe, si popolò e fra quelle facce barbute riconobbi l'uomo che mi stava ospitando, più giovane e meno corrucciato.
Finché non accadde l'infausto evento che condannò la gente di Norm.
Un male indicibile, troppo per saperlo descrivere con la giusta accuratezza: uno dopo l'altro, i fondatori iniziarono a perire di morti tanto improvvise quanto inspiegabili.
Molti abbandonarono il posto, scendendo a valle prima di patire la stessa tragica sorte dei compagni. In pochi scelsero di restare e fra questi ci fu proprio l'uomo col quale avevo parlato fino a poche ore prima.
Rimase da solo, dopo la morte degli altri.
Si rifugiò nel tempio in cima al pennacchio e non scese per giorni, patendo la fame e la sete, oltre al freddo pungente che solo a determinate altitudini si può percepire.
Esausto, si vide costretto a tornare al villaggio, consapevole dei rischi che stava correndo.
La visione terminò e l'essere all'esterno svanì con essa, come uno sbuffo di fumo che si dissolve nel
vento.
Al contempo, fece capolino nella stanza l'uomo sopravvissuto alla strage:
“Morfeo si fa attendere?”
“Così pare.”
Stette in silenzio mentre si versò dell'acqua.
“L'ho visto, sapete?”
“E lui ha visto voi, suppongo.”
“Mi ha fatto vivere ciò che è successo qui tanti anni fa. La morìa della vostra gente.”
“Destino infame, lo so.”
Non si stupì minimamente del fatto che, contro ogni legge conosciuta, andai a ritroso nella linea temporale per comprendere il processo di decadimento di Norm.
“Cos'altro vi ha mostrato?”
“Voi. La piccola chiesa nella quale avete trovato rifugio.”
“Se non fosse stato per lei, avrei fatto la stessa fine di tutti gli altri.”
E pensare che un paio d'ore prima aveva bruciato una copia della Bibbia.
“Siete un tipo religioso?”
“Ho imparato ad esserlo.”
Mise il bicchiere nel lavabo, accese una lanterna e me la consegnò, poi tornò in camera, rinnovando l'augurio di un sonno leggero.
Ripresi posto sulla poltrona ma questa volta non riuscii ad addormentarmi, non subito.
Mi persi a fissare le creature impagliate: lo scoiattolo che furbescamente reggeva una ghianda fra le zampe, immortalato in una scena quotidiana, quasi fosse ancora in vita. Il muso di un lupo con i denti digrignati e lo sguardo vitreo ma terribilmente minaccioso. Il cervo e il suo palco di corna, radici ossee che si diramavano nel vuoto.
Nel lavandino, con ritmica sequenzialità, un goccia scandiva lo scorrere del tempo.
Gli occhi mi si posarono nuovamente sulle bestie imbalsamate ma qualcosa era cambiato: lo scoiattolo stringeva un dito umano, fra le fauci del lupo vi era un arto umano e le corna del cervo grondavano un liquido rosso scuro.
C'era un'altra cosa nella stanza, nell'angolo ove il barlume del fuoco stentava ad arrivare: sarebbe potuta essere una grossa macchia di muffa, o un'infiltrazione nel muro.
Sapevo che non era nulla di tutto ciò.
Il Diavolo era entrato.
Il cuore mi balzò in gola, sostituendosi al pomo d'Adamo. Quella sagoma era immobile, uno stampo informe, un dipinto partorito dalla allucinata mente di Gregoire Dupònt, il Pittore Pazzo di Parigi.
Mi bloccai, incapace di muovere un singolo muscolo del mio corpo.
Le braci ardevano, benché con un vigore contenuto. La fiamma timida della lanterna pizzicata dagli spifferi.
L'ombra nera prese a spostarsi lentamente, passando da una parete all'altra, strisciando come un serpente fino a fondersi con il buio della stanza dell'anfitrione.
“Signore! Il Diavolo!”
Furono le uniche parole che la mia bocca fu in grado di pronunciare, gli unici suoni che riuscii a produrre, scosso dal terrore.
Attesi istanti interminabili, convinto di udire grida di sofferenza da un momento all'altro.
Sentii invece lunghi sospiri seguiti da un profondo russare.
Andai al lavabo per sciacquarmi la faccia, desideroso per un secondo di vivere in un incubo duraturo, nella speranza di svegliarmi nel mio letto, rinnegando la lunga passeggiata che mi aveva condotto il quel villaggio maledetto.
Ma il gelo dell'acqua non mi destò, perché non stavo affatto sognando.
Di positivo c'era che le povere bestie impagliate avevano ripreso il loro stadio originario.
Mi accorsi che la notte era trascorsa perché iniziai a intravedere un bagliore fuori dalla finestra, segno che il sole stava sorgendo.
Malgrado l'alba di un nuovo giorno, la mia sanità mentale non si riprese, messa a dura prova dalle visioni avute nelle ore precedenti.
“Mi auguro siate riuscito a riprendere sonno, signor Mace.”
“Ne dubito, ma sono lieto che la notte sia ormai un ricordo, seppur nitido.”
“Mi dispiace, speravo di potervi offrire qualcosa di meglio. Gradite un tozzo di pane? Ho anche del latte di pecora.”
“Accetto entrambe le proposte, mi aiuteranno a discendere il versante. Se parto ora arriverò a valle verso mezzodì.”
“Non è mia intenzione trattenervi, ma vi invito a dare uno sguardo più da vicino al templio. Vi accompagno volentieri.”
“Perché no? Sono curioso di ammirarne gli interni.”
“Non aspettatevi una cattedrale in miniatura...”
Mangiammo e bevemmo, dopo di che mi preparai e in mezz'ora scarsa raggiungemmo la piccola chiesa. Il panorama mi colpì subito: una distesa bianca di nuvole si estendeva da est a ovest, dandomi l'impressione di essere sulla cima della più alta montagna conosciuta.
All'interno del tempio vi erano una decina di travi di legno sistemate a mo di panchine, un altare alla fine della navata sul quale riposava una statua distesa del Salvatore.
Due quadri adornavano le fredde pareti di pietra:
“Avete detto che questo edificio era qui da ben prima che fondaste Norm, giusto?”
“Esatto. Non sapremo mai chi lo ha eretto, temo.”
“Il materiale con il quale è stato costruito sembra molto pesante. Mi riesce difficile credere che lo abbiano trascinato fin quassù.”
Esaminai i dipinti che ritraevano due parabole descritte nella Bibbia: quella di Lazzaro e quella del sacrificio di Isacco.
“Secondo voi, hanno un'accezione in questo contesto?”
Chiesi all'uomo che si era seduto su una panca.
“La medesima accezione che li colloca nella Sacra Bibbia. Aiutare il prossimo e avere fede.”
Rispose, inginocchiandosi poco dopo. Tuttavia non unì le mani e non recitò alcuna preghiera.
“Se si valuta l'epilogo delle parabole, la visione che avete spiegato è corretta. Ma se prendiamo in considerazione l'incipit sono ben altri i significati che emergono, ovvero egoismo e crudeltà. Parlo come ateo e ragiono con raziocinio: quale Dio chiederebbe a un padre di sacrificare il proprio unico figlio?”
“Un Dio esigente, suppongo...”
A quel punto chinò il capo e si ammutolì.
Io uscii all'aperto e mi crogiolai nel panorama mozzafiato offerto dall'altura, nell'attesa che l'uomo terminasse il suo “solenne rituale”.
“La vostra fede vi ha salvato la vita, immagino. È da quel giorno che siete così religioso?”
“Certi eventi ti cambiano per sempre. Non mi vergogno a dire che ho avuto paura nel vedere amici e parenti cadere come foglie secche in autunno. Sono rimasto quassù, sfidando le intemperie e la fame, nonché resistendo alla solitudine. Ma dipende molto da che prospettiva vediamo le cose: la pioggia aiuta le piante a crescere, la fame stimola a procurarsi il cibo e la solitudine non è realmente tale se si interagisce con le creature che vivono attorno a noi.”
Diceva cose sagge, tuttavia restai nella mia posizione.
“Mi rincresce dirlo ma mi sa che è giunta l'ora di rimpatriare. Mi aspetta una discesa impervia.”
“Vi lascio qualche provvista, venite.”
Nel tornare a casa, notai che il suo braccio destro era scosso da un costante tremore e circa a metà tragitto perse l'equilibrio in un paio di occasioni.
“Le mie gambe fanno fatica a sorreggermi, oramai. Invidio la vostra gioventù.”
Confessò rialzandosi la seconda volta.
Rallentammo e alla fine tornammo alla piazzola al centro del villaggio:
“Aspettate un secondo, vi procuro i rifornimenti e sarò subito da voi.”
Entrò in casa e lo osservai dalla finestra del salotto: le convulsioni al braccio non gli davano tregua e rischiò perfino di inciampare, probabilmente sul tappeto.
Le sue condizioni parevano peggiorate nel giro di una notte:
“Va tutto bene?”
Chiesi alzando la voce, sperando che mi sentisse.
Sparì nell'oscurità della sua abitazione, quindi decisi di seguirlo: il salotto era sgombro.
“Si sente bene signore?”
Non udii risposta alcuna, ma scorsi una botola semi chiusa dove prima vi era il tappeto di pelliccia d'orso. Spalancai il pertugio:
“Siete qui sotto? Non preoccupatevi per me, posso arrangiarmi con le bacche che troverò lungo il cammino.”
Dissi scendendo la fragile scala scricchiolante.
Un timido e instabile bagliore si sparse sotto di me e quando toccai il freddo pavimento di pietre, capii che questo era emanato da una lanterna caduta al suolo, miracolosamente integra.
Davanti a me si estendeva una galleria scavata nella montagna e dovetti tenere la testa bassa per potervi entrare.
Tenni la torcia salda nella mano destra davanti a me, pregando che fosse bastato l'olio al suo interno.
Nessuna corrente d'aria, nessun rumore se non l'eco sordo dei miei passi sull'umido pavimento di roccia.
La schiena iniziò a dolermi, colpa della posizione infelice che ero costretto a mantenere.
Avanzai cautamente, badando a non scivolare, finché un tremendo grido di dolore proveniente dalla direzione in cui mi stavo dirigendo non mi perforò i timpani. Erano le urla disperate di una donna.
Pochi istanti dopo, una cantilena occulta prese a serpeggiare nella galleria, in una lingua a me sconosciuta e pronunciata da un uomo anziano.
Arrivai ad una piccola porta di legno oltre la quale udivo il sinistro lamento.
La dischiusi con cautela, sbirciando dalla fessura che si stava creando: l'uomo che mi aveva accolto in casa sua era in piedi e reggeva un grosso tomo fra le mani. Davanti a lui, un nero miasma che fluttuava nel vuoto, come ipnotizzato dai canti occulti del vecchio, ora dotato di un paio di pallide corna e una coda di pelo scuro.
L'aria aveva un odore acre, come di zolfo misto a camomilla ma non compresi cosa potesse emanare un olezzo così singolare.
La mia lanterna vacillò, sintomo che l'olio contenuto al suo interno era ormai agli sgoccioli.
Distolsi lo sguardo dal rito oltre la porta, controllai la quantità di olio ritenendola sufficiente a riportarmi indietro senza abbandonarmi nelle tenebre di quella angusta galleria.
Quando tornai a sbirciare, l'uomo mi stava fissando e il fumo nero era svanito.
Un brivido mi percorse la schiena e con mano tremante, spalancai l'uscio:
“Mi rincresce avervi interrotto. Temevo vi fosse successo qualcosa, dato che non vi ho più visto.”
“Sono io a dovermi scusare, sono sparito senza avvisarvi. Avete appena assistito al mio quotidiano momento di preghiera.”
Accennò un sorriso, poi poggiò il manoscritto su un tavolo imbandito di erbe e ciotole fumanti.
“Ho notato alcuni acciacchi, poco prima di che rientraste in casa. Sicuro che vada tutto bene?”
“Ora va decisamente meglio. Grazie per l'interesse.”
“Un po' insolito come rituale...”
“Ognuno si ritaglia i propri momenti come meglio crede, no?”
Mi disse sorridendo, con una strana luce negli occhi. Aveva acquisito vigore e il suo fare claudicante si era misteriosamente annichilito.
Non mancai di farglielo presente:
“Sbalorditivo come siete rinvigorito. Rito efficace, non c'è dubbio.”
Lui stette in silenzio mentre smorzava la fiamma di alcune candele.
“Diciamo che è un buon compromesso.”
Rispose lui dopo alcuni istanti.
“Col diavolo, deduco.”
“Con Dio.”
Restai interdetto.
“Mi domando quale Dio permetterebbe a un uomo di trasformarsi in un Diavolo...”
Non ottenni risposta e nel frattempo eravamo usciti all'aria aperta.
Recuperai le mie cose e mi apprestai a tornare a valle.
“Vi sono riconoscente per l'ospitalità. Siete stato molto gentile e qualora decideste di scendere e venire a Charlestown, consideratevi mio ospite. Sarei onorato di farvi da Cicerone.”
“Valuterò la vostra allettante proposta. Grazie per la vostra compagnia, mi ha fatto piacere.”
Imboccai il sentiero principale quando l'uomo mi disse ad alta voce, per farsi sentire:
“Chiedetevi quale Dio permetterebbe al Diavolo di tornare umano, signor Mace!”
Seppur distante, li vidi molto nitidamente: i suoi occhi rosso acceso, gli stessi che avevo incrociato fuori dalla finestra durante la notte trascorsa.
“Volevate sapere il mio nome, giusto? Beh, vi basti sapere che ne ho più di quanti immaginate! Eheheh!”
Concluse ridacchiando, eclissandosi oltre il clivo.
Non tornai più a Norm e non ebbi più notizie del suo unico abitante, ma di tanto in tanto, negli antri più bui della mia università, mi capita di vedere due piccole biglie infuocate brillare a mezz'aria.
Posso dire con certezza di aver conosciuto il Diavolo.
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