C'è qualcosa nel bosco

Pubblicato il 3 settembre 2026 alle ore 15:30

La segheria “South Wood Co.” era nel suo momento d'oro: fondata in mezzo a una fitta boscaglia, garantiva lavoro a decine e decine di uomini.
La maggior parte di loro viveva in città, salvo alcune eccezioni che avevano piantato radici in piccoli villaggi di forestieri poco distanti.
Philipp Ward era il proprietario dell'azienda, messa in piedi da suo padre svariati anni prima con investimenti esosi di denaro e pesanti sacrifici (infatti Philipp aveva conosciuto realmente suo padre soltanto all'età di 17 anni, ovvero quando questi lo ingaggiò a lavorare per lui).
Insieme costruirono l'azienda pezzo dopo pezzo, fino a farla diventare un punto di riferimento per ogni abitante nel raggio di chilometri.
Tra commissioni private, produzione di legna da ardere ed esportazioni di discreta portata, la South Wood Co. garantì per molto tempo posti di lavoro sicuri e legna in abbondanza.
Ward senior però combatteva da diversi mesi contro una brutta tubercolosi, finché non tirò le cuoia, assistito dal suo adorato figlio e dalla sua devota moglie.
Nonostante l'agitazione iniziale, dovuta al fatto che nessuno sapeva con certezza quali sarebbero state le sorti della segheria, venne confermato il passaggio del testimone il giorno del funerale di Jeremiah Ward. Con un discorso prolisso ma mai noioso, Phil annunciò la presa in carico dell'azienda con lievi aumenti salariali e un piano di espansione a lungo termine.
Il futuro si prospettava luminoso e perfino in termini morali, malgrado la scomparsa del padre, Philipp parve ricevere una sostanziosa spinta che gli permise di caricarsi sulle spalle l'enorme mole di lavoro cui dovette far fronte.

“Avete visto John?”

Domandò Phil a tre operai che stavano facendo pausa.

“Era qui poco fa, penso sia andato a pisciare.”

Rispose uno di loro, portandosi la sigaretta alla bocca e indicando i cespugli dietro le sue spalle.
Il capo li oltrepassò:

“John. Scusami il disturbo, devo chiederti una cosa.”

Non ricevette risposta ma proseguì comunque il discorso, avvicinandosi alla vegetazione:

“La signora Harrison avrebbe commissionato una scultura per il suo giardino, un cane. Pagherà bene visto che si tratta del suo amatissimo mastino passato a miglior vita. Te la senti di...?”

“Shhh.”

Phil si zittì e si avvicinò a un cespuglio, dove trovò John intento ad osservare qualcosa.

“Che succede? Ti vedo parecchio concentrato.”

“Guarda.”

Disse sottovoce, facendo un cenno verso il ruscello davanti a loro.

“Un cervo col suo piccolo.”

Si appostarono, stando ben attenti a non fare alcun rumore.
I due esemplari si stavano abbeverando tenendo il muso appena sopra il pelo dell'acqua.

“Li trovo degli animali estremamente puri. Il loro portamento, i lineamenti, sono davvero magnifici.”

“Quelle poche volte che io e mio padre riuscivamo a ritagliarci del tempo per noi, andavamo a cacciare. Non era raro imbatterci in una famiglia di cervi...”

Senza distogliere lo sguardo dai due animali, John rispose:

“D'altronde è quello che l'uomo ha sempre fatto e sempre farà.”

“Cacciare per procurarsi da vivere?”

“Uccidere per restare in cima alla piramide alimentare. Mi domando però: e se un giorno scoprissimo di non essere mai stati primi?”

Qualcosa attirò l'attenzione dei cervi, che rizzarono la testa e saltellarono via, sparendo fra gli alberi.
John sorrise sarcastico e tornò dagli altri insieme a Phil.
Ronald, uno dei forestieri prese a tossire talmente tanto che un grumo di sangue gli uscì dalla bocca.

“Merda, questo dannato fumo mi ucciderà.”

“Se non lo farà prima tua moglie. Se scoprisse che stai continuando a fumare nonostante i tuoi problemi ai polmoni...”

“Pausa finita ragazzi, al lavoro.”

Incitò Phil con autorità, senza però apparire scortese o brusco.

“Vado un secondo a svuotarmi la vescica capo.”

Disse Ronald, alzandosi in piedi e togliendosi le sterpaglie dai pantaloni, prima di allontanarsi verso lo stagno.
Quella pozza era diventata la loro latrina, ma grazie al piccolo ramo d'acqua corrente che si immetteva nel lago più a valle, le deiezioni non stagnavano.
La squadra di boscaioli si trattenne fino al tramonto e l'ultimo che lasciò il posto di lavoro, ovviamente, fu Phil.
Diede un'occhiata alle vecchie foto di suo padre e di alcune delle sculture che aveva realizzato quando era in vita, poi chiuse l'ufficio e si avviò verso la sua auto (era l'unico a possederla, grazie alla carica che rivestiva).
Aprì la portiera quando un verso proveniente dal bosco lo bloccò: sembrava il lamento di una bestia ferita.
Richiuse la portiera e prese una lanterna dalla grande rimessa attrezzi, dopo di che indagò sullo strano rumore.
Il misterioso verso aumentava di intensità, permettendogli di individuare la posizione esatta dell'animale. Proveniva dallo stagno.
Convinto di trovarsi davanti alla carcassa morente di un cervo, Phil per poco non mollò la lanterna: qualcosa di simile a un essere umano stava bevendo direttamente dalla pozza.
Phil stette per domandare chi fosse ma non riuscì a proferire parola.
L'uomo si issò, colpito forse dal fascio della lanterna, e prese lentamente ad avanzare: barcollava, trascinando un attrezzo con fare goffo e scoordinato.

“Ronald?”

L'unica cosa che Phil fu in grado di dire, riconoscendo l'amico.
L'essere si fermò sul posto e inclinò la testa, poi proseguì grugnendo.
Phil corse via senza mai voltarsi e giunto alla sua auto non esitò a mettere in moto, schiacciando l'acceleratore più forte che poteva.
Anziché tornare a casa però, decise di fare una deviazione per recarsi da John, intenzionato a raccontargli del macabro ritrovamento.
Bussò alla porta d'ingresso e qualcuno dall'altra parte si avvicinò per aprire:

“Phil, hai l'aria stravolta. Cos'è successo?”

“Perdonami per l'ora tarda. Posso entrare?”

“Certo che si, vieni.”

Poggiò la giacca sull'appendiabiti e John lo invitò a sedersi in cucina.

“Si tratta di Ronald.”

“Cosa gli è capitato? Tubercolosi? Dannazione glie l'avevo detto di darci un taglio con le sigarette.”

Phil lo interruppe prima che potesse continuare il discorso:

“Non è tubercolosi, temo che sia molto peggio.”

Guardò la vetrina dentro la quale erano custodite alcune bottiglie di whisky, quindi aggiunse:

“Ti dispiace se ti chiedo un bicchiere?”

“Che scortese, non ti ho offerto nulla.”

Prese una delle bottiglie e ne versò il contenuto in due bicchieri.

“Spiegami tutto.”

“Roland è mai tornato dalla pausa?”

John si perse a riflettere, cercando di ricordare se l'avesse visto di ritorno dal bosco o no.

“Non mi risulta. Ma non ne sono sicuro, ho avuto parecchio lavoro dopo e magari è rientrato senza che me ne accorgessi.”

“Un'ora fa ho chiuso a chiave l'ufficio, mi stavo avviando verso la mia auto quando ho udito qualcosa. Proveniva dalla foresta.”

Bevve mezzo bicchiere di whisky, poi proseguì:

“Ho acceso una lanterna e sono andato a controllare. Poteva essere un animale morente, o almeno così mi parve. Ma mi sono sbagliato.”

“Cos'altro potrebbe emettere simili versi?”

“Ho visto una sagoma china sulla superficie dello stagno. Stava bevendo, o nutrendosi, ma aveva comunque le sembianze di un uomo. Quando la luce lo ha raggiunto, questi si è tirato in piedi e ha cominciato a venire verso di me. È lì che l'ho visto...”

“Visto cosa, per l'amor del cielo?”

“Ronald.”

Calò il silenzio e John trangugiò il whisky in pochi sorsi.

“Era ferito? Insomma che male può averlo colpito?”

“Ancora non lo so, ma nulla di buono. Le gambe mi stavano per cedere, è un miracolo che sia arrivato alla macchina.”

Poi esitò un istante, rimembrando al meglio i particolari di quella visione:

“Aveva lo sguardo assente, occhi vitrei. E i suoi movimenti, Gesù...”

Svuotò il bicchiere e sul braccio si palesò una vistosa pelle d'oca.

“Cosa possiamo fare?”

“Non lo so. Tornare lì mi dà il voltastomaco, ma mi riempie di tristezza pensare di abbandonarlo così, senza aver tentato di aiutarlo.”

Guardò l'orologio a pendolo, uno dei modelli realizzati da suo padre tanti anni prima, e concluse:

“Fra qualche ora diluvierà. Dobbiamo sbrigarci.”

John prese la rivoltella dal cassetto in camera sua.
Era vedovo, sua moglie era morta svariati anni prima in seguito a un terribile incendio nella farineria dove lavorava. Quando John arrivò sul posto, l'intero edificio era collassato su sé stesso, e i cadaveri totalmente carbonizzati.
Diede una carezza alla foto della sua defunta consorte, poi salì in auto con Phil e si diressero nuovamente alla segheria, dove la lasciarono per avventurarsi nella foresta alla ricerca di Ronald.

“Dove hai detto di averlo visto?”

“Vicino allo stagno, di là.”

La fioca e traballante luce della lanterna creava intrighi di ombre spaventose, rami come lunghe dita ossute e radici come tentacoli di creature innominabili.
I due giunsero al punto prestabilito ma non v'era traccia dell'amico.

“Si dev'essere spostato. Continuiamo a camminare.”

Procedettero lasciandosi lo stagno alle spalle.
Il colle ora si fece in discesa e dovettero camminare di lato, stando attenti a non scivolare sul terreno umido della notte.

“Speriamo di non arrivare tardi. Qualunque cosa avesse, prego non l'abbia ancora ucciso.”

“Da ciò che ho visto, sembrava tutto fuorché vivo.”

Terminarono di discendere la collina per ritrovarsi di fronte all'albero spezzato, un tronco divenuto famoso decenni prima dopo che un fulmine lo aveva rotto a metà: i brandelli di legno rinsecchito si protendevano verso il cielo come gli artigli di una bestia orrenda.

“Incredibile come il tanfo di legno carbonizzato non se ne sia mai andato da qui...”

Considerò Phil, contemplando i resti della pianta.
All'improvviso, il verso che aveva udito un paio d'ore prima tornò a farsi sentire:

“Laggiù, guarda!”

Su uno spiazzo deforestato illuminato dalla luna comparve una sagoma scura.

“Dev'essere lui! Dev'essere Ronald!”

Disse John, puntando la lanterna nella sua direzione.

“Ronald! Ronald!”

Gridò, agitando la mano destra.
La figura si mosse leggermente, senza dare alcun segno di collaborazione.

“Andiamo ad aiutarlo, Phil!”

“Carica la pistola, te ne prego.”

Disse lui, trattenendo la manica dell'amico che si stava già incamminando.
Il click della sicura scattò, quindi esaminò il tamburo: 8 cartucce.

“Prego Dio di non doverla usare.”

“Io prego che se dovessi usarla, i colpi bastino...”

Il pallore sui loro volti fu tale da farli sembrare due fantasmi.
Si mossero a passo spedito, scavalcando radici scoperte e affondando talvolta i piedi in strati di humus particolarmente mollicci.

“Ronald! Siamo noi, John e Phil!”

Urlò John poco prima di inciampare. Cadde a terra e la lanterna esplose in mille frammenti di vetro bollente. Il fuoco si esaurì in un lampo, illuminando per un istante la carcassa di un cervo brutalmente smembrato sul quale era rovinosamente incespicato John.
Phil lo aiutò a rialzarsi e laggiù la figura prese a passeggiare goffamente verso di loro.

“Ci ha sentiti. Magari è solo moribondo.”

Un tuono non troppo lontano vibrò nell'aria e alcuni bagliori risaltarono i contorni delle nubi temporalesche in repentino avvicinamento, creando disegni di cupa follia.
Rallentarono il passo, aspettando che fosse Ronald a raggiungerli.
Questi passò la zona illuminata dalla luna e tornò nell'ombra.

“Non lo vedo più, Phil.”

“Nemmeno io. Tieniti pronto.”

Il silenzio piombò, interrotto saltuariamente dai suoni del bosco: qualche gufo sorvegliava dall'alto dei rami, due scoiattoli notturni si rincorrevano su un tronco e un lupo ululava in lontananza, in cerca del suo branco.

“Proviamo ad avanzare. Con cautela John, ho una brutta sensazione.”

Un calpestio sinistro attirò la loro attenzione.

“È molto vicino! È qui!”

Un pallido essere dagli occhi spenti, il viso terribilmente tumefatto e la bocca spalancata li attaccò.

“Mio Dio! È un mostro!”

“Spara John! Spara!”

Il grilletto oppose resistenza: un meccanismo interno alla rivoltella si era inceppato.

“Ammazzalo!”

Gridò Phil, ma il ferro non ne voleva sapere. La creatura gettò le braccia in avanti e graffiò Phil sullo zigomo.

“Andiamocene via!”

I due demorsero e corsero via, inerpicandosi su per il colle umido in una disperata corsa nelle tenebre, poi di nuovo allo stagno e infine all'auto di Phil. Nel frattempo aveva iniziato a piovere, con meravigliose ramificazioni di saette che squarciavano la coperta di nubi.
La costante sensazione di essere inseguiti da quell'orrida figura li accompagnò fino a casa di John, il quale curò l'amico con garze e soluzioni di erbe mediche.

“Mi rifiuto di credere che quell'abominio potesse essere il nostro Ronald.”

“Vorrei tanto anche io, ma è tutto reale.”

Disse Phil, passandosi una benda sulla ferita. Il sangue aveva smesso di fuoriuscire e il taglio lasciava intravedere la carne viva sotto di esso.

“Dobbiamo dirlo a qualcuno.”

“A chi? Alla guardia nazionale? Come potremmo pensare che credano alle nostre parole se non ci crediamo nemmeno noi che l'abbiamo visto con i nostri stessi occhi?”

John si mise la testa fra le mani, profondamente scioccato mentre Phil fissava il pavimento.

“Portiamo lì qualcun altro, in modo che si possa spargere la voce.”

“E che scusa usiamo? Quella zona dista un'ora dalla segheria.”

Rispose Phil, prima di prendere in mano la situazione:

“Io propongo di rimandare a domani. Farò un discorso a tutti quanti, spiegando i fatti così come li sappiamo io e te. Chi avrà la forza di crederci, verrà con noi a cercare Ronald, o quello che un tempo lo era...”

“D'accordo, si può fare così.”

L'ospite si alzò e prese il giaccone:

“Ti passo a prendere alle prime luci dell'alba.”

I due si lasciarono con un cenno d'intesa e Phil rincasò.
Fece sonni tormentati, tra i tuoni all'esterno e brutti sogni che tartassavano il suo subconscio, per risvegliarsi l'indomani fradicio di sudore.
Una riga di sangue rappreso gli era colata sulla guancia e il cuscino era macchiato di un rosso scuro.
Si diede una lavata alla faccia, nella speranza che l'acqua gelida lo facesse rinsavire e magari scoprire che era stato solo un terribile incubo.
Fece qualche colpo di tosse, la gola gli prudeva e il petto gli parve appesantito.

“Devo essermi preso un malanno a stare fuori con questo tempaccio.”

Constatò, guardandosi allo specchio.
Si vestì, prese un'altra giacca e uscì, quindi guidò in auto fino a casa di John.
Bussò tre volte. Silenzio.
Ritentò ma non ottenne risposta alcuna e dedusse che l'amico stesse ancora dormendo.
Fece il giro sul retro e sbirciò dalla finestra che dava sulla camera.
Un fulmine rischiarò l'interno della stanza e dietro la tenda bianca e sottile Phil intravide un corpo penzolante dal soffitto.
Altri colpi di tosse, più intensi dei precedenti e la visione che gli si balenò davanti agli occhi fu spaventosa, forse peggiore di quella avuta la notte appena trascorsa.
La sua lucidità mentale vacillò e prese una decisione: porre fine all'intera faccenda, da solo.
Lasciò dunque la macchina nello spiazzo di fango nascosto dietro la segheria, salì nel suo ufficio e scrisse un biglietto: “Temo di essermi ammalato, starò assente tutta la giornata di oggi, ci vediamo domani. Tornerò sano come un pesce.”
Firmato Phil.
Prese la doppietta, lasciò lo scritto fuori dalla porta e tornò nel bosco.
Oltrepassò la palude, discese la collina e si ritrovò nuovamente di fronte all'albero tranciato.
La pioggia cadeva più leggera, dando l'impressione che di lì a poco la tempesta sarebbe potuta scemare.
La fatica di portarsi dietro un'arnese così pesante gli fece girare la testa e Phil dovette appoggiarsi al tronco per non cadere.
Dopo essersi ripreso, proseguì fino al punto in cui avevano avvistato Ronald e lo oltrepassò, giungendo a una piccola catapecchia abbandonata. Era la vecchia dimora del cacciatore, un signore nato, cresciuto e morto in quei boschi molti anni prima. Il suo corpo giace nel cimitero cittadino, nonostante lui avesse più volte espresso la volontà di essere seppellito dietro casa sua.
Phil controllò nella rimessa attrezzi ma non trovò altro che rastrelli, trappole a morsa e seghe arrugginite, dopo di che notò che la porta dell'abitazione era aperta.
Imbracciò la doppietta e soffocò alcuni colpi di tosse; la ferita allo zigomo pulsava.

“Ronald, non voglio farti del male. Però ho bisogno di sapere se sei ancora tu.”

Aldilà dell'uscio, nell'oscurità, nessuno rispose.
Aiutandosi con la lunga canna del fucile, Phil si aprì un varco e sbirciò all'interno: il piccolo salotto era sgombro, la poltrona sgualcita e le pareti di legno segnate dal tempo e dalle tarme.
Diversi quadri alle pareti erano storti o caduti e la stufa sporca di fuliggine.
Il temporale sembrava si stesse ritirando e qualche sprazzo di sole infilzò le nubi, aumentando la visibilità nella stanza.
Nella cucina c'era solamente una ciotola contenente un grumo di muffa maleodorante e l'acqua nelle due brocche vicino alla finestra aveva assunto un colore marrone scuro.
In camera da letto, a parte il materasso oramai consunto e macchiato, non v'era altro.
Phil tornò all'esterno e constatò con sollievo che il maltempo era finito.
Abbandonò la zona, proseguendo verso est dove si sarebbe imbattuto nella passerella di legno che scavallava il fiume.
Percorse mezzo ponticello quando dall'altra parte, vide un cervo: sembrava lo stesso che aveva osservato con John il giorno prima, nel bosco vicino alla segheria.
Si fermò sul posto per non spaventarlo ma un rumore alle spalle della creatura la mise in allarme e questa fuggì via a rapidi balzi.
Alcuni istanti più tardi, la carcassa barcollante con le sembianze di Ronald sbucò dai cespugli, grugnendo e zoppicando.

“Ronald, buon Dio cosa ti è capitato?!”

Gli gridò Phil, tenendo momentaneamente il fucile rivolto verso terra.
Questi non proferì parola e si limitò ad avanzare verso di lui con passo incerto.

“Non costringermi a spararti...”

Ma parve immune agli avvisi dell'amico, il quale non trattenne altri colpi di tosse, più intensi dei precedenti.
Il peso della doppietta divenne insostenibile e dovette gettarla, la vista lampeggiò e uno strano sapore di marcio si sprigionò nella sua bocca.
Philipp si aggrappò alla staccionata del ponte e vomitò, sentendosi le viscere contorcersi nel ventre.

“Cosa diavolo! Ahhhhh!”

Un forte dolore addominale lo colpì e dovette inginocchiarsi, poi cadde sui polsi a carponi mentre rigettava bile e sangue.
Alzò lo sguardo e vide che il mostro era a pochi metri da lui.

“Aiuto, ti prego!”

Ora era a un paio di passi e Phil si sentì impotente, totalmente incapace di mettersi in salvo.
Ma quando la creatura lo raggiunse, non lo degnò di un'occhiata e proseguì il suo cammino.
I crampi allo stomaco divennero insopportabili e crebbe in Philipp un'acuta fame, un estremo bisogno di cibarsi.
Quindi si rialzò e con passo lento e sconnesso seguì la creatura che l'aveva preceduto, senza comprenderne il motivo.
Dentro di lui qualcosa era cambiato, per sempre. Era diventato un infetto.

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